Moltitudini
4 agosto 2026
Lo scorrere degli anni è una esperienza complessa da decodificare. Perché la nostra mente è sempre imprigionata nel momento. Non c'é altro oltre che il momento. Eppure i momenti cambiano continuamente. Questo crea una profonda illusione: che niente sta cambiando. Non perché le cose non cambiano, ma perché vediamo solo i cambiamenti che ci sono stati rispetto all'ultima volta che ci siamo genuinamente osservati. E quante volte capita di osservarsi genuinamente in questa vita frenetica?
Io adoro osservare. Da piccolo ero spaventato dal mondo e vivevo osservando. Adesso sono meno spaventato dal mondo, ma questo non ha minimamente intaccato il piacere che provo nell'osservare il mondo. Nello specifico ciò che mi interessa osservare è il comportamento umano. I modi in cui ci comportiamo. I modi in cui parliamo di noi stessi. I modi in cui esprimiamo amore ed affetto. Tutto ciò che ha a che fare con l'essere umano insomma. Sono profondamente attratto dalla nostra complessità.
Da piccolo ero spaventato dal mondo, e pensavo che osservandolo attentamente lo avrei imparato a capire. Nulla di più sbagliato. Perché il mondo non va compreso. È troppo complesso. Il mondo va sentito. Bisogna sentirsi appartenere a questo mondo, e nello specifico al mondo degli umani. Questo è ciò che conta.
È una specifica sensazione, quella di appartenere a qualcosa. È forse la sensazione più bella e più umana. È la cosa che rende l'amore una esperienza fantastica. Quella sensazione di "appartenere a qualcuno". Non in senso di possesso e controllo, ma in un senso esistenziale. In questo momento tu sei la mia casa e io appartengo a te. Purtroppo è un sensazione difficile da costruire e da mantenere nel tempo. Richiede una forte e continua reciprocità. La complessità umana non aiuta in questo. Se solo fossimo più semplici.
In un contesto sociale tutti osservano tutti. L'occhio diventa parte fondamentale dell'interazione. In questi contesti sociali mi affascinano questa tipologia di domande:
- Cosa penserebbe di me una persona che mi vede agire nel mondo qui ed ora?
- Con quali parole mi descriverebbe?
- Che tipo di sensazione suscito negli altri?
- Cosa pensano gli altri di me?
È forse possibile vivere una vita umana senza porsi nessuna di queste domande? Non penso. Troverei una vita del genere particolarmente poco umana. La vera domanda non è se ci poniamo o no queste domande, ma è come lo facciamo e come ci rapportiamo alle varie possibili risposte che possiamo ottenere dal mondo.
Da piccolo ero debole alla verità. Il mondo mi spaventava. Il mondo mi spaventata perché non mi sentivo di appartenere al mondo. Non mi sentivo di appartenere al mondo perché non sentivo di appartenere a me stesso. Ero spaventato dalla natura umana. Ero spaventato da me stesso. Vivevo quindi in un contesto di debolezza e fragilità. In questi contesti queste domande non possono che essere aggredite dai nostri bisogni emotivi. In questi contesti non possiamo accettare qualsiasi tipo di risposta, ma solo quelle che ci fanno stare meno male. In questi contesti, le domande non aiutano, non ci espandono, ma ci fanno rimanere esattamente dove eravamo.
Una domanda può essere l'inizio di un movimento interno solo quando ci posizioniamo in modo da accettarne tutte le possibilità. Consideriamo la domanda "Cosa pensa lei di me?" Magari siamo persone particolarmente fastidiose per quella persona. Per accettare questo dobbiamo sempre considerare che una risposta ad una domanda del genere, anche e specialmente se data con trasparenza, è sia assoluta che relativa. È assoluta perché sta esprimendo l'opinione di chi abbiamo di fronte. È relativa perché quella risposta rappresenta una sola opinione, ed il mondo degli umani è un oceano di opinioni.
Da piccolo ero spaventato dal mondo. Ero estremamente timido. Chiuso in me stesso. Raramente parlavo. Raramente esprimevo una opinione. Ricordo un evento, organizzato dalla mia scuola superiore, in cui semplicemente non ho interagito con nessuno. Ritornando a casa, un compagno dell'evento mi chiese: "Leonardo, perché sei così chiuso in te stesso?". E io non riuscivo a trovare una risposta a questa domanda. Sapevo che ciò che stava dicendo era vero, ma non capivo perché. Non capivo se questo era ciò che ero, o se volevo essere altro.
E adesso chi sono? Mi sto osservando agire in questi ultimi mesi, e penso di essere un'altra persona. Profondamente diverso. Se voglio adesso posso parlare con chiunque e in qualsiasi contesto. Gli esseri umani non mi spaventano in generale come un tempo. Anzi, sono io a ricercare situazioni sociali. Sono io ad avere bisogno di parlare con persone nuove. Sono io ad aver bisogno di gridare al mondo la mia opinione ed il semplice fatto che in questo momento esisto. Questo cambiamento mi confonde profondamente. Pensavo di essere in un certo modo. Ho vissuto la maggior parte della mia vita con questa fortissima convinzione. Era tutto così ovvio. E adesso, di fronte alle evidenze, mi sento confuso.
E in realtà capisco il perché pensavo di essere in un certo modo. Capisco che la radice di quella certezza è stata la sofferenza. I modi in cui ho sofferto da piccolo. Le cose che ho dovuto cambiare di me stesso pur di continuare a vivere. Per rendere il mondo un posto vivibile, sono diventato un'altra persona. Ed ero diventato un'altra persona così bene che mi ero convinto di essere quell'altra persona.
Se potessi incontrare il Leonardo piccolo, adesso, lo capirei. Capirei quella voglia di fare casino. Quella voglia di alzare la voce. Quella voglia di muoversi ed esplorare il mondo. Quella forte sensibilità nel sentire le proprie emozioni e quelle degli altri. Quel desiderio di comprendere la logica di funzionamento del mondo. Quella paura nel perdere i propri affetti e rimanere solo. Quella confusione nel definire i propri principi fondamentali. Quella voglia di migliorare il mondo.
Capirei la complessità di quell'essere come nessuno altro.